EBREI
Approfondimenti al capitolo 8
Il punto principale di ciò che stiamo dicendo Paolo isola il concetto chiave del ragionamento che ha portato avanti finora: Gesù Cristo, in qualità di Re-Sacerdote celeste, è di gran lunga superiore a qualsiasi sommo sacerdote abbia mai servito sotto il patto della Legge mosaica (Eb 4:14–7:28). L’apostolo prosegue spiegando che il sacro servizio svolto dai sacerdoti levitici era “un’ombra” di cose celesti (Eb 8:3-5). Subito dopo (Eb 8:6–10:21) chiarisce che, dato che Gesù è un Sommo Sacerdote superiore, necessariamente “anche il patto di cui è mediatore è migliore” del patto della Legge mosaica (Eb 8:6 e approfondimento). Dopodiché, per aiutare i cristiani ebrei a capire come mettere in pratica nella loro vita queste verità profonde, si concentra sull’importanza della fede, della perseveranza e della condotta cristiana (Eb 10:22–13:22).
alla destra del trono della Maestà Vedi approfondimento a Eb 1:3.
ministro Il termine greco usato qui è leitourgòs, termine che può anche essere reso “servitore pubblico” o “lavoratore pubblico”; è affine al termine leitourgìa usato nel v. 6 (vedi anche approfondimento) riguardo al “ministero”, o “servizio pubblico”, di Gesù. Questi termini compaiono nella Settanta in riferimento ai “sacerdoti” (Isa 61:6) o ai “compiti” (Nu 7:5) e al “servizio” (Nu 4:28; 1Cr 6:32 [6:17, LXX]) che questi svolgevano presso il tabernacolo e presso il tempio di Geova a Gerusalemme. (Per ulteriori dettagli sulle rese “servizio pubblico” e “servitore pubblico” o “lavoratore pubblico”, vedi gli approfondimenti a Lu 1:23; Ro 15:16.) Cristo Gesù, in qualità di grande Sommo Sacerdote in cielo, presta il suo servizio a beneficio degli esseri umani. Intercede per loro e applica in loro favore il valore del suo sacrificio di riscatto (Eb 7:23-25; 9:11-14).
vera tenda Questa espressione può anche essere resa “vero [o “reale”] tabernacolo”. La “vera tenda” rappresenta il complesso delle disposizioni adottate da Geova per la pura adorazione sulla base del sacrificio di riscatto di Gesù Cristo. Grazie a queste disposizioni, esseri umani peccatori possono adorare Dio in modo appropriato e santo. Più avanti (nel capitolo 9) Paolo spiega che il luogo santo del tabernacolo, il Santissimo, rappresenta qualcosa di veramente maestoso: la presenza di Geova in cielo (Eb 9:24). Usando l’espressione “vera tenda”, Paolo cerca di aiutare i cristiani ebrei alle prese con questa domanda: l’adorazione cristiana è davvero superiore a quella praticata nel maestoso tempio di Gerusalemme? (Eb 7:22-28). Quell’edificio era tenuto in gran conto dagli ebrei, i quali erano molto orgogliosi dei cerimoniali che i sacerdoti vi svolgevano. È quindi appropriato che Paolo ricordi ai cristiani che il grande Sommo Sacerdote, Gesù, serve in un luogo di gran lunga superiore: un grande tempio spirituale.
eretta da Geova e non da un uomo Come spiegato nell’approfondimento precedente, qui Paolo si riferisce alla tenda spirituale, eretta da Geova Dio stesso. (Vedi approfondimento a Eb 9:11.) Per quanto riguarda invece il tabernacolo, quella tenda letterale era stata eretta nel deserto da uomini, i quali comunque avevano seguito le istruzioni dettagliate che Geova aveva dato a Mosè (Eso 25:9, 40; Nu 8:4; Eb 8:5 e approfondimento; confronta l’approfondimento ad At 7:44; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino qui, vedi l’App. C3 introduzione; Eb 8:2).
doni e sacrifici Vedi approfondimento a Eb 5:1.
avesse qualcosa da offrire Facendo in modo che nascesse come essere umano, Geova diede a Gesù qualcosa da offrire (una vita umana perfetta) con cui redimere i discendenti di Adamo dal peccato e dalla morte (Eb 10:5). Mentre i sommi sacerdoti di Israele dovevano offrire sacrifici animali di continuo, Gesù sacrificò il suo corpo umano “una volta per sempre” (Eb 7:27; 9:12, 28; 10:1-4, 11, 12; 1Pt 3:18).
una raffigurazione La parola greca usata qui significa “modello”, “esemplare”, “simbolo”; in pratica si riferisce a qualcosa che è un riflesso o una riproduzione dell’originale. Ricorre anche in Eb 9:23, dove è stata resa “cose raffiguranti”. Il sacro servizio svolto dai sacerdoti al tabernacolo e successivamente al tempio simboleggiava e prefigurava realtà celesti più grandi. Il termine originale è usato anche in riferimento a vari elementi del tabernacolo e del tempio (Eb 9:2-10, 23-28).
un’ombra Diversi aspetti della Legge mosaica (come il tabernacolo, i sacrifici e le feste) erano simili a ombre che evocavano cose più grandi e future (Eb 10:1). Gli israeliti che avessero riflettuto attentamente su queste ombre avrebbero avuto più elementi per identificare Gesù quale Messia e per comprendere quello che fece. (Vedi approfondimento a Col 2:17.) Un’ombra, comunque, offre solo un abbozzo o un’indicazione generale delle forme dell’oggetto che la produce. In modo simile, la “raffigurazione” e l’“ombra” di cui parla il versetto trasmettevano solo un’idea in piccola scala delle realtà celesti e della “vera tenda” (Eb 8:2).
il comando divino che Mosè ricevette O “l’avvertimento divino che fu dato a Mosè”. Nelle Scritture, il verbo greco usato in questa espressione si riferisce spesso ad avvertimenti e indicazioni che provengono da Dio (Mt 2:12; Eb 11:7; 12:25). In base a un lessico, il termine usato qui “si incentra su una direttiva precisa”. Secondo alcune traduzioni di Eb 8:5, Mosè “fu avvertito” o “fu istruito” da Dio. (Vedi approfondimento ad At 10:22.) Paolo conclude il versetto citando le parole che Geova rivolse a Mosè e che sono riportate in Eso 25:40.
modello O “progetto”, “tipo”. (Vedi approfondimento ad At 7:44.)
ministero O “servizio pubblico”. (Vedi approfondimento a Eb 8:2.)
mediatore Vedi approfondimento a 1Tm 2:5 e Glossario.
anche il patto [...] è migliore Questo è un riferimento al nuovo patto (Ger 31:31-34; Eb 7:22; 8:8; 9:15). Il fatto che qui venga detto “anche” mostra che, proprio come Gesù è un Sommo Sacerdote superiore, anche il patto di cui è mediatore è un patto superiore. Il vecchio patto era la base su cui poggiava il rapporto tra Geova e l’antico Israele, e serviva a rendere evidente la condizione peccaminosa degli esseri umani imperfetti. Il nuovo patto, invece, è la base su cui poggia il rapporto tra Geova e una nuova nazione: l’Israele spirituale. Questo patto è migliore, perché è stato fondato legalmente su promesse migliori: Dio aveva detto che sarebbe stato scritto nel cuore dei suoi devoti servitori, che i loro peccati sarebbero stati perdonati e che tutti loro lo avrebbero conosciuto veramente. Ecco perché questo patto offriva “una speranza migliore” (Eb 7:19 e approfondimento).
migliore Questa è una delle parole chiave del libro di Ebrei. È usata più volte per evidenziare la superiorità dell’adorazione resa dai cristiani, proprio come in questa occorrenza (Eb 7:22; 9:23; vedi “Introduzione a Ebrei” e approfondimento a Eb 1:4).
Se quel primo patto fosse stato ineccepibile Paolo qui mostra che il “primo patto” stipulato con la nazione di Israele non era “ineccepibile”, non era perfetto. Ne fornisce una valida ragione nel versetto successivo: “Infatti Dio ha da eccepire sul suo popolo” (Eb 8:8 e approfondimento). Riguardo a quel patto, gli israeliti avevano la responsabilità di fare la propria parte per rispettarlo, ma la maggior parte di loro non colse lo spirito su cui si basava. Di conseguenza lo “infransero” ripetutamente (Ger 31:32). In questa lettera, Paolo mostra che il primo patto non era “ineccepibile” anche sotto un altro aspetto: non rendeva possibile il completo perdono dei peccati. Dopotutto non era questo lo scopo del patto della Legge (Eb 7:11, 19; 9:9; 10:1, 2; confronta Ro 8:3 e approfondimento). La Legge, infatti, aveva l’obiettivo di “rendere evidenti le trasgressioni” (Gal 3:19), di additare un modo migliore per adorare Dio (Col 2:17) e di condurre le persone al Messia (Gal 3:24), obiettivi che effettivamente raggiunse. Paolo perciò qui non sta contraddicendo quello che aveva scritto in Ro 7:12.
E infatti Dio ha da eccepire sul suo popolo Alcuni biblisti qui suggeriscono una resa diversa, dando a intendere che Dio avesse qualcosa da eccepire sul patto della Legge mosaica, e non sul popolo. Comunque, il contesto di questo versetto e le parole del profeta Geremia riportate subito dopo indicano che non era il patto di Dio a essere mancante, ma chi lo infranse (Ger 31:32). La resa “ha da eccepire sul suo popolo” è coerente con questa spiegazione.
‘Ecco... Da qui e fino al v. 12 Paolo cita le parole del profeta Geremia (Ger 31:31-34). Si tratta della citazione più lunga delle Scritture Ebraiche presente nelle Scritture Greche Cristiane. (Vedi “Introduzione a Ebrei”.)
dichiara Geova Nell’originale ebraico di Ger 31:31, da cui è presa questa citazione, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). Ecco perché qui il nome divino è usato nel testo principale. (Vedi App. C1 e C2.)
con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto In origine le parole profetiche di Geremia relative a “un nuovo patto” erano rivolte al popolo di Israele e di Giuda, ma nel contesto Paolo fa capire che Geova adempie la sua promessa concludendo questo patto con i cristiani unti con lo spirito, ovvero con l’Israele spirituale (Ger 31:31; Eb 8:6 e approfondimento; vedi anche approfondimento a 2Co 3:6).
e così ho smesso di prendermi cura di loro Per secoli e con pazienza, Geova si era interessato profondamente del suo popolo e aveva fatto la sua parte per tener fede al patto della Legge. Gli israeliti però non avevano rispettato quel patto: più e più volte si erano ribellati a Geova. Lui li aveva perdonati ripetutamente ma aveva smesso di prendersi cura di loro, in un certo senso, permettendo ai babilonesi di distruggere Gerusalemme e il tempio nel 607 a.E.V. (2Cr 36:17; Ez 16:59; Mal 3:6, 7; confronta Ne 9:16-19, 26-31). In seguito era stato particolarmente misericordioso riportandoli in patria, e loro poi avevano ricostruito il luogo in cui adorarlo (Isa 54:6-8; Ger 29:10; Zac 1:16). Nonostante quella grande dimostrazione di misericordia, gli israeliti rigettarono suo Figlio (Mt 21:43; 23:38). Fu allora che Geova smise definitivamente di prendersi cura di loro. A quel punto pose fine al patto con cui aveva scelto l’Israele letterale come sua nazione. Eppure continuò a prendersi cura di singoli individui che all’interno di quella nazione ricercavano la sua amicizia. A partire dalla Pentecoste del 33 E.V., individui fedeli come loro poterono essere inclusi nel nuovo patto. (Confronta Eb 2:16 e approfondimento.)
ho smesso di prendermi cura Qui Paolo cita Ger 31:32 dove, secondo il testo masoretico, in ebraico si legge “benché io fossi il loro vero signore [o “loro marito”]”. In greco, invece, la Settanta (38:32, LXX) dice: “E ho smesso di prendermi cura di loro”. Paolo chiaramente cita da quest’ultima. Per spiegare questa differenza sono state avanzate delle ipotesi: secondo alcuni, i traduttori della Settanta hanno semplicemente usato quello che pensavano fosse un altro significato del verbo ebraico; secondo altri, quei traduttori si sono basati su un testo ebraico leggermente diverso. In ogni caso, il significato che Paolo attribuisce al testo greco è chiaro ed è in armonia con il suo ragionamento.
dice Geova Nell’originale ebraico di Ger 31:32, da cui è presa questa citazione, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). Ecco perché qui il nome divino è usato nel testo principale. (Vedi App. C1 e C2.)
dice Geova Nell’originale ebraico di Ger 31:33, da cui è presa questa citazione, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). Ecco perché qui il nome divino è usato nel testo principale. (Vedi App. C1 e C2.)
Metterò le mie leggi nella loro mente, e le scriverò nel loro cuore Come predetto in Ger 31:31-34, il nuovo patto avrebbe dato il via a una forma di adorazione decisamente diversa da quella praticata sotto il patto della Legge mosaica (Eb 8:6). I Dieci Comandamenti erano stati scolpiti su pietra, e l’intera Legge veniva copiata su documenti scritti a mano. Le Scritture Ebraiche comunque sottolineavano l’importanza che gli israeliti avessero le parole di Dio scritte nel cuore (De 6:6, 7; Pr 3:3). Purtroppo a essere inciso nel cuore della maggioranza di loro era il peccato, e non la Legge di Dio (Ger 17:1). A differenza del patto della Legge mosaica, che consisteva in una lunga lista di norme e conseguenti punizioni in caso di disubbidienza, il nuovo patto si sarebbe basato sulla “legge del Cristo”. Uomini e donne di fede avrebbero ubbidito a questa legge spontaneamente e volenterosamente, come fosse scritta nel loro cuore (Gal 6:2 e approfondimento).
loro saranno il mio popolo Qui Paolo cita le parole di Ger 31:33, dove Geova aveva espresso il proposito di concludere un nuovo patto con il suo popolo. Per secoli la nazione di Israele era stata il popolo di Dio (Eso 3:7; 19:5, 6; De 7:7, 8). Nel I secolo, però, Geova rigettò quella nazione disubbidiente e adottò quale suo popolo una nuova nazione, composta da cristiani unti con lo spirito (Mt 21:43; Ro 2:28; 9:6; Gal 6:16 e approfondimento). Per questo motivo qui Paolo applica all’Israele spirituale le parole di Geremia relative al nuovo patto. Anche l’apostolo Pietro fece qualcosa di simile quando applicò all’Israele spirituale parole che in origine erano state rivolte alla nazione di Israele (1Pt 2:9, 10).
suo concittadino Paolo qui sta riportando la profezia di ristabilimento che compare in Ger 31:34, in origine rivolta all’antica nazione di Israele. La cita ricorrendo alle parole della Settanta (38:34, LXX) e la applica all’“Israele di Dio”, la cui “cittadinanza [...] è nei cieli” (Gal 6:16; Flp 3:20 e approfondimento). Invece di “concittadino”, alcune traduzioni bibliche usano la parola “prossimo”, sulla base della resa di questo versetto in alcuni manoscritti greci successivi. Comunque nella maggioranza dei manoscritti greci compare il termine per “concittadino”.
“Conoscete Geova!” Una peculiarità del “nuovo patto” predetto da Geremia era che “tutti, dal più piccolo al più grande”, avrebbero conosciuto Geova (Ger 31:31, 34). I termini originali resi “conoscere”, sia in ebraico che in greco, ruotano intorno all’idea basilare di possedere delle nozioni, ma qui c’è molto di più. Secondo un commentario, il verbo “conoscere”, nei contesti in cui si parla di un patto che ha a che fare con Dio, “implica che si riconosca la sua sovranità e ci si impegni con tutto il cuore a ubbidirgli”. Nelle lingue originali, quando sono riferiti a una persona, i termini resi “conoscere” contengono in sé l’idea di una conoscenza e un rapporto più stretti. (Confronta approfondimenti a Gv 17:3; Gal 4:9.)
Geova Nell’originale ebraico di Ger 31:34, da cui è presa questa citazione, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). Ecco perché qui il nome divino è usato nel testo principale. (Vedi App. C1 e C2.)
dal più piccolo al più grande Gli scrittori della Bibbia usarono questa espressione e altre simili per sottolineare con enfasi che quanto stavano dicendo si riferiva a tutti, senza alcuna eccezione (Gen 19:11; Ger 6:11-13; 8:10; 16:6; 42:1, 8; 44:12; At 8:10; Ri 13:16; 19:5, 18). Qui Paolo cita le parole di Geova riportate in Ger 31:34, mettendo in risalto il fatto che coloro che sono inclusi nel nuovo patto “conosceranno tutti” Geova, le sue qualità e le sue norme.
egli ha reso il precedente sorpassato Il verbo greco che compare in questa espressione significa alla lettera “rendere vecchio”. In un certo senso Geova aveva reso il precedente patto “sorpassato”, o obsoleto, nel VII secolo a.E.V. Era stato allora che Dio aveva rivelato che avrebbe sostituito il vecchio patto con uno nuovo (Ger 31:31-34; Eb 7:12). Da quel momento in poi il vecchio patto ebbe i giorni contati. È vero che rimase in vigore ancora per secoli, ma per tutto quel tempo fu prossimo a scomparire. Infine scomparve davvero, ovvero smise di essere valido, nel 33 E.V., quando venne rimpiazzato dal nuovo patto (Ef 2:15). Per questo motivo nel versetto successivo Paolo dice che “il patto precedente aveva norme per l’adorazione” (Eb 9:1). All’epoca della stesura di questa lettera, intorno al 61, le norme del vecchio patto ormai non erano più valide da circa 28 anni (Da 9:27). Gli ebrei dell’epoca continuavano a tenere in gran conto il tempio di Gerusalemme e continuavano ad adorarvi, convinti che il vecchio patto fosse ancora in vigore. Ma dopo che il tempio e le registrazioni genealogiche vennero distrutti nel 70, il sacerdozio levitico non poté mai più essere ripristinato. Pertanto diventò impossibile avanzare una qualunque pretesa che il vecchio patto fosse ancora valido.