EBREI
Approfondimenti al capitolo 11
La fede Questo versetto si collega al precedente, dove Paolo ha rassicurato i cristiani ebrei dicendo loro che sono “di quelli che hanno fede” (Eb 10:39). Nella sua lettera ai Romani, Paolo aveva già spiegato che i cristiani possono sviluppare la fede sulla base di quello che vedono e ascoltano (Ro 1:16, 17 e approfondimento, 19, 20 e approfondimento; 10:16, 17); in altre lettere aveva anche detto che i cristiani camminano “per fede, non per visione” (2Co 5:7), che la fede fa parte del “frutto dello spirito” (Gal 5:22 e approfondimento) e che “non tutti possiedono la fede” (2Ts 3:2). Pertanto in questo versetto della lettera agli Ebrei non fornisce una definizione tecnica ed esaustiva della fede; si concentra piuttosto sul potere della vera fede. Dice ai cristiani ebrei che, rispetto al sistema di cose materiale e tangibile che vedevano e percepivano, grazie alla straordinaria qualità della fede “quello che si spera” e le “realtà che non si vedono” potevano diventare ai loro occhi altrettanto reali e addirittura più sicuri. In questa lettera ad esempio parla di realtà invisibili come il sacerdozio di Cristo in cielo, il riscatto che Dio ha accettato nel Santissimo celeste e la “città” futura, ovvero il Regno messianico (Eb 4:14; 7:26; 9:12-14; 11:10, 16). Per dare un’idea di come agisce questo tipo di fede, Paolo cita anche l’esempio di “uomini dei tempi antichi” (Eb 11:2). Alla fine si sofferma sul “principale Condottiero e Perfezionatore” della fede, colui al cui esempio ogni cristiano deve ispirarsi (Eb 12:2 e approfondimenti).
la certezza che quello che si spera si realizzerà Per descrivere il modo in cui la fede sincera influisce sulle persone, Paolo usa un termine greco qui reso “certezza” (hypòstasis). Per come è utilizzato in questo caso, il termine potrebbe riferirsi a una “garanzia” o al “fondamento di una speranza” in riferimento a qualcosa che ci si aspetta. Spesso compariva nei documenti legali in relazione a un atto di proprietà. Una persona che aveva un atto di proprietà autentico poteva essere sicura che la proprietà era legalmente sua. In precedenza, in questa lettera Paolo ha usato la stessa parola greca per mettere in risalto l’importanza di non perdere “la fiducia” (Eb 3:14). In entrambi i casi sembra che il termine sia strettamente collegato con “la speranza” che i cristiani hanno (Eb 3:6). Questa fiducia non era malriposta: “quello che si spera” era stato promesso da Dio, “il quale non può mentire” (Tit 1:2; Eb 6:13, 18). Quindi, la descrizione che Paolo fa della fede evidenzia che i cristiani non sono creduloni; sono invece convinti di avere motivi validi, concreti, su cui basare la loro fede.
la chiara dimostrazione Il termine greco reso “chiara dimostrazione” (èlegchos) può riferirsi a una prova che dimostra la verità o la realtà di qualcosa. Un termine affine compare in Gv 16:8, dove Gesù predisse che lo spirito santo avrebbe dato “prove convincenti” ai suoi discepoli in merito a questioni importanti. Qui Paolo accosta due termini, uno reso con l’espressione “chiara dimostrazione” e l’altro con “realtà che non si vedono”; in questo modo indica che una persona che ha fede ha accettato le prove che le sono state presentate e si è convinta di queste realtà invisibili. (Vedi l’approfondimento realtà che non si vedono in questo versetto.) I cristiani raggiungono questa profonda convinzione grazie all’effetto che lo spirito santo di Dio e la sua Parola hanno sulle loro “facoltà mentali” (Ro 12:1; Gal 5:22 e approfondimento). Le verità riguardo a Dio e al suo proposito sono così convincenti agli occhi dei cristiani che per loro diventano realtà; diventano perfino più concrete delle cose che possono letteralmente vedere con gli occhi.
realtà che non si vedono In più punti di questa lettera, Paolo parla di elementi visibili dell’adorazione resa dagli ebrei, come il tempio, il sacerdozio e i sacrifici animali. I suoi lettori avevano bisogno di capire che queste cose visibili, pur essendo d’impatto, erano delle semplici ombre di realtà spirituali più grandi, realtà che potevano essere viste solo con gli occhi della fede (Eb 8:2, 5; 10:1 e approfondimenti; confronta Ef 1:18). Nei versetti successivi Paolo spiega che questa fede non era qualcosa di nuovo. Gli antenati fedeli dei cristiani ebrei avevano vissuto con la piena convinzione che le cose che Dio aveva promesso erano “realtà”. Anche se nel corso della loro vita non avevano visto il completo adempimento di quelle promesse, sapevano che Dio avrebbe immancabilmente mantenuto la parola (Eb 11:13, 39).
gli uomini dei tempi antichi O “i nostri antenati”. Lett. “gli uomini anziani”. Dopo aver spiegato cos’è la fede, Paolo prosegue citando in ordine cronologico uomini e donne del passato che mostrarono questa importante qualità. Molti cristiani ebrei erano discendenti diretti di alcuni di quei fedeli servitori, la cui storia era riportata nelle Scritture. Quindi conoscevano bene questi esempi di fede che facevano parte della loro storia. Esaminando il modo in cui ognuno di loro ottenne l’approvazione di Dio, i lettori di Paolo potevano comprendere meglio cosa fosse la fede e in che modo poteva aiutarli ad affrontare le difficoltà.
ebbero conferma dell’approvazione di Dio Lett. “ricevettero testimonianza”. Il verbo greco che compare in questa espressione (martyrèo), nella forma attiva, significa alla lettera “rendere testimonianza”, “testimoniare”. (Vedi approfondimento a Gv 18:37.) Nel mondo classico questo verbo spesso compariva in epigrafi pubbliche per esprimere onore e approvazione nei confronti di una persona. Quindi poteva anche avere il significato di “rendere una buona testimonianza”, “approvare”. Geova manifestò la sua approvazione nei confronti di uomini e donne di fede benedicendoli mentre erano ancora in vita e, dopo la loro morte, preservandone il ricordo nella sua Parola scritta, come testimonianza permanente. Questo verbo greco compare diverse altre volte nel capitolo 11 di Ebrei. (Vedi approfondimenti a Eb 11:4, 5, 39.) In Eb 12:1 Paolo usa un sostantivo affine, reso “testimoni”, per riferirsi a servitori fedeli, inclusi quelli menzionati qui nel capitolo 11.
Per fede comprendiamo Il verbo greco qui reso “comprendiamo” significa “capire”, “percepire” o “rivolgere la mente”. La fede permise a Paolo e ad altri cristiani di riconoscere e capire realtà invisibili e quindi di esserne convinti (Eb 11:1; confronta approfondimento a 2Ts 3:2).
i sistemi di cose furono preparati mediante la parola di Dio A volte l’espressione tradotta “sistemi di cose” può riferirsi ad aspetti particolari o caratteristici di determinati periodi di tempo. (Il termine greco aiòn potrebbe anche essere reso “era” o “epoca”.) In questo capitolo Paolo parla di fedeli servitori vissuti in epoca antidiluviana, ai giorni dei patriarchi (quando era in vigore il sistema patriarcale) e al tempo del patto tra Dio e Israele (quando era in vigore il sistema levitico). I servitori fedeli potevano comprendere che durante tutti quei particolari periodi, o sistemi, Dio aveva dato agli esseri umani la possibilità di adorarlo in modo a lui gradito. (Confronta approfondimento a Eb 1:2; vedi Glossario, “sistema/i di cose”.) Comunque, “i sistemi di cose” che “furono preparati mediante la parola di Dio” possono anche riferirsi al mondo, o universo, nel senso di tutta la creazione fisica di Dio: il sole, la luna, le stelle, la terra... Questa spiegazione si accorderebbe bene con quello che dice l’ultima parte del versetto: “Ciò che si vede è venuto all’esistenza da ciò che non si vede”. L’universo dimostra in modo chiaro che esiste un Creatore (Eb 11:1; confronta Ro 1:20). Se Paolo si riferisce davvero alla creazione fisica, “i sistemi di cose” (o “ere”, “epoche”) potrebbero includere anche i giorni, o periodi, creativi in cui al comando di Dio, o mediante la sua parola, le cose vennero create (Gen 1:3, 6, 9, 14, 20, 24; vedi anche Sl 33:6). E se si considera Eb 11:3 un riferimento alla descrizione della creazione contenuta in Genesi, è logico che questo versetto si trovi subito prima dell’elenco di persone, presentate in ordine cronologico, che inizia con Abele, Enoc e Noè (Eb 11:4-7).
Per fede Questa è la seconda di 18 occorrenze dell’espressione “per fede” che compaiono nel capitolo. Paolo menziona per nome 16 uomini e donne dalla fede straordinaria; inoltre fa riferimento ad altri senza però farne il nome, come sé stesso e altri cristiani (Eb 11:3), i genitori di Mosè (Eb 11:23) e il popolo che marciò attorno a Gerico finché le mura non caddero (Eb 11:30). Paolo indica che il suo elenco è tutt’altro che esaustivo quando dice: “Non mi basterebbe il tempo se volessi raccontare...” (Eb 11:32). Un commentario definisce questo capitolo una “pinacoteca della fede”. Più avanti Paolo si riferisce a tutti questi fedeli servitori come a una “moltitudine di testimoni”; il loro esempio di fede avrebbe aiutato i cristiani ebrei a perseverare nelle sofferenze che avrebbero affrontato (Eb 12:1 e approfondimenti, 4 e approfondimento).
Abele Abele fu il primo essere umano che agì spinto dalla fede. La sua fede si basava probabilmente sulla promessa di Dio riguardante la “discendenza” che avrebbe schiacciato la testa del “serpente” (Gen 3:14, 15). Abele non aveva la scritta Parola di Dio; trovò comunque prove convincenti a sostegno della sua fede, prove che lo spinsero a offrire un sacrificio a Dio (Gen 4:4; Eb 11:1 e approfondimento). Poteva ad esempio meditare sulle qualità di Dio evidenti nella creazione (Ro 1:20), sull’adempimento della condanna pronunciata da Dio contro i suoi genitori (Gen 3:16-19) e sulla fedeltà dei cherubini (Gen 3:24).
ebbe la conferma Lett. “ricevette testimonianza”. (Vedi approfondimento a Eb 11:2.)
approvò O “rese testimonianza riconoscendo”. (Vedi approfondimenti a Eb 11:2, 39.)
benché sia morto, mediante la sua fede parla ancora La Bibbia non riporta una sola parola pronunciata da Abele, ma il suo esempio di fede parla al posto suo. Abele fu il primo uomo a sviluppare e a manifestare questa qualità, e la dimostrò offrendo un sacrificio che piacque a Dio (Gen 4:4). Geova fece in modo che un resoconto ispirato della fede di Abele e di altri fosse preservato nelle Scritture affinché le generazioni future potessero venire a conoscenza del loro esempio e beneficiarne. Le parole ispirate di Paolo riportate in questo versetto indicano anche che a rendere il sacrificio di Abele gradito a Geova fu la fede, e non il sacrificio di per sé.
Enoc fu portato via Alcune traduzioni della Bibbia qui dicono che Enoc “fu trasferito in cielo”. Comunque, il verbo greco usato in questa espressione non contiene l’idea di essere portato in cielo. Può trasmettere piuttosto l’idea di qualcosa che subisce un cambiamento (Eb 7:12) o di qualcuno che viene trasferito da un posto a un altro (At 7:16). Nella Settanta, lo stesso verbo greco è usato in riferimento a Enoc per rendere il verbo ebraico tradotto “prese” nell’espressione “Dio lo prese” (Gen 5:24). È anche interessante notare che lo stesso verbo ebraico compare a proposito di Elia, il quale non fu portato in cielo (2Re 2:3, 5, 9; confronta il racconto riportato in 2Cr 21:1, 12-15, da cui si evince che Elia era ancora in vita sulla terra alcuni anni dopo). Inoltre Gesù indicò che Enoc non poteva essere andato in cielo, quando disse: “Nessun uomo è asceso al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo” (Gv 3:13).
in modo da non vedere la morte Enoc raggiunse l’età di 365 anni (Gen 5:23). Viene incluso tra coloro di cui Paolo scrive: “Nella fede morirono tutti questi” (Eb 11:13 e approfondimento). Perciò, quando dice che Enoc “fu portato via in modo da non vedere la morte”, Paolo non può voler intendere che non sia mai morto. Dato che Enoc profetizzò con coraggio, è possibile che sia diventato un bersaglio dei violenti ed “empi peccatori” dei suoi giorni (Gda 14, 15). Sembra che Dio non abbia permesso a quelle persone malvagie di uccidere il suo fedele profeta. Probabilmente invece pose fine alla vita di Enoc in modo tranquillo, forse facendolo addormentare nella morte mentre si trovava in uno stato di estasi profetica.
ebbe la conferma di essere gradito a Dio Lett. “ricevette testimonianza di essere gradito a Dio”. A quanto pare Paolo allude alla resa della Settanta di Gen 5:22. Il testo ebraico originale legge: “Enoc continuò a camminare con il vero Dio”, mentre la Settanta dice: “Enoc fu gradito a Dio”. Qui Paolo sotto ispirazione fa capire che, prima che Enoc morisse, Geova in un modo speciale gli aveva dato conferma, o lo aveva rassicurato, del fatto che era molto contento della vita fedele che aveva fatto. Fu proprio “per fede”, o a motivo della sua fede, che a Enoc venne risparmiata una morte violenta. (Vedi approfondimenti a Eb 11:4, 6.)
Senza fede è impossibile piacere a Dio Con la parola “impossibile”, Paolo mette in risalto l’argomento principale di questa parte della sua lettera: i cristiani non possono piacere a Dio a meno che non coltivino e non dimostrino autentica fede, proprio come “gli uomini dei tempi antichi” (Eb 11:2). Ciascun esempio di fede menzionato in questo capitolo assicurava ai cristiani che anche loro, avendo fede nel loro Padre, potevano stringere con lui un legame forte, basato sulla fiducia. L’affermazione che Paolo fa qui al v. 6 dà ancora più vigore alla citazione di Aba 2:4 che ha fatto in precedenza. (Vedi approfondimento a Eb 10:38.)
chi si avvicina a Dio I cristiani ebrei sapevano bene che chi cercava di avvicinarsi all’Iddio Onnipotente doveva soddisfare determinati requisiti. Ad esempio, la Legge mosaica conteneva norme specifiche che stabilivano cosa dovevano fare i sacerdoti quando nel tabernacolo si avvicinavano a Geova presentando offerte sacre. Chiunque avesse cercato in modo irrispettoso di “[accostarsi] a Geova” senza esserne autorizzato avrebbe perso la vita (Eso 19:22; Le 10:1, 2, 9; Nu 3:10; 16:40). Quelle leggi rendevano chiaro ai servitori del Sovrano Signore dell’universo che comparire al suo cospetto era un privilegio immenso. Quando si avvicinano a Geova tramite Gesù Cristo, i veri cristiani hanno “libero accesso” a Lui (Ef 2:18; Gv 14:13, 14; vedi approfondimenti a Eb 4:16; 7:25). E quando lo fanno con fede autentica e nel modo appropriato, Geova si avvicina sempre di più a loro (At 17:27; Gc 4:8, 10).
ricompensa quelli che lo cercano assiduamente Cercare Dio implica avvicinarsi a lui per adorarlo, servirlo (De 4:29; 1Cr 28:9; At 15:17; 17:27). Il verbo greco qui reso “cercano assiduamente” trasmette l’idea di fare uno sforzo diligente ed energico con l’“obiettivo di allacciare un rapporto”, come specifica un lessico. Si trova anche in alcuni versetti della Settanta, dove Geova esorta i suoi servitori con le parole: “Ricercatemi e continuate a vivere” (Am 5:4-6; Os 10:12). I cristiani adorano Geova con amore e zelo, e hanno fede nel fatto che lui li apprezza e li ricompensa proprio come ha promesso (Gen 15:1; Isa 40:10; 1Co 15:58; Eb 6:10; Gc 1:17).
cose che ancora non si vedevano Noè non aveva mai visto niente di simile al catastrofico diluvio che Geova aveva predetto, eppure ripose fede nell’avvertimento divino (Gen 6:17, 22; 2Pt 2:5). La Bibbia non dice se Noè avesse mai visto la pioggia o altre precipitazioni. Molto prima dei suoi giorni c’era stato un tempo in cui la pioggia non cadeva, ma “un vapore saliva dalla terra” (Gen 2:5, 6). In ogni caso, anche se l’avesse vista, Noè non avrebbe potuto immaginare un rovescio di pioggia di 40 giorni e 40 notti. Ma quando Geova gli disse che il diluvio avrebbe presto travolto l’intera terra, mostrò una fede straordinaria fidandosi della sua parola e agendo di conseguenza.
mostrò timore di Dio Questa espressione descrive il modo in cui reagì Noè quando fu “avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano”, tra cui il fatto che si sarebbe abbattuto un diluvio universale (Gen 6:17). Di fronte agli avvertimenti e alle istruzioni di Dio, Noè non si fece prendere da un timore paralizzante, ma fu pieno di rispetto e riverenza. (Confronta approfondimento a Col 3:22.) Diede prova di fede e timore di Dio lasciando un eccezionale esempio di ubbidienza (Gen 6:22; 7:5). Manifestando il tipo di fede descritta nei vv. 1-3, mostrò che conosceva Geova e confidava in lui. L’espressione “timore di Dio” che si trova qui in questo versetto viene usata anche per descrivere l’atteggiamento di Cristo Gesù in Eb 5:7, dove compare un termine greco affine. (Vedi approfondimento.)
mediante tale fede condannò il mondo Noè credette all’avvertimento divino riguardo al veniente diluvio, perciò costruì l’arca proprio come Geova gli aveva comandato. Alcuni dei suoi contemporanei erano a conoscenza del suo lavoro di costruzione, quindi saranno venuti a sapere che stava per arrivare un diluvio. Però non prestarono attenzione all’avvertimento di questo “predicatore di giustizia” (2Pt 2:5 e approfondimento; Mt 24:38, 39). Rimanendo fedele e ubbidiente, Noè li condannò per la loro mancanza di fede. La sua fede infatti dimostrò che “il mondo” (l’umanità lontana da Dio) meritava la distruzione che Geova fece poi abbattere. (Vedi Glossario, “mondo”.)
ereditò la giustizia che deriva dalla fede A motivo della sua fede straordinaria Noè ereditò, o ricevette in ricompensa, una condizione giusta agli occhi di Dio. (Vedi approfondimento a Eb 1:2.) Amorevolmente Geova considerò giusto Noè, che dimostrò di essere nettamente diverso dall’umanità lontana da Lui (Gen 6:9; Sl 32:1, 2; Ez 14:14, 20; Ef 2:8; confronta approfondimento a Ro 4:3).
Per fede visse [...] come un forestiero Geova promise che un giorno i discendenti di Abraamo avrebbero preso possesso del paese di Canaan (Gen 12:7; 17:7, 8). Riponendo piena fiducia in quella promessa, Abraamo fece come gli aveva detto Geova e andò a vivere in Canaan (At 7:2-5). Lì non ebbe una dimora fissa e fu esposto a diversi pericoli. Più e più volte lui e tutti quelli con lui dovettero levare le tende e spostarsi da un posto all’altro (Gen 12:8-10; 13:1-3, 18; 20:1). E siccome i forestieri avevano uno status sociale più basso rispetto ai nativi del paese, Abraamo godeva di meno diritti e privilegi. Eppure, grazie alla sua forte fede, sopportò questa situazione difficile per un centinaio di anni (Gen 12:4; 25:7).
eredi con lui della stessa promessa Isacco e Giacobbe ereditarono la stessa promessa fatta ad Abraamo: anche a questi Dio promise che i loro discendenti avrebbero ricevuto la “terra della promessa” menzionata in questo versetto da Paolo (Gen 12:1-9; 15:18-21; 17:8; 26:1-3; 28:1, 4, 13; Sl 105:9-11). I loro discendenti sarebbero entrati in possesso di quella terra solo dopo tante generazioni, perciò Abraamo e i suoi eredi vissero lì come forestieri, convinti che i loro discendenti avrebbero visto l’adempimento della promessa di Dio al tempo giusto. Ai giorni di Paolo, comunque, quella promessa implicava qualcosa di molto più importante rispetto alla terra, ovvero le benedizioni che Gesù, quale parte principale della “discendenza” di Abraamo, avrebbe riversato su tutte le nazioni (Gal 3:16 e approfondimento).
la città che ha vere fondamenta Questa “città” è il Regno di Dio. Le sue fondamenta sono reali; poggiano solidamente sulla granitica volontà di Geova e sulla sua suprema autorità di Sovrano. In Canaan Abraamo vide diversi regni, o città-stato, i cui regnanti offrivano ai propri sudditi una certa sicurezza e protezione. Abraamo però non si appoggiò mai a quei regni o ai loro governanti; inoltre, pur disponendo di tante ricchezze e di potere, non costruì mai una città né istituì un regno tutto suo (Gen 14:8-17). Continuò piuttosto a ubbidire vivendo da nomade e dimorando in tende (Gen 13:17, 18; 23:14-20; At 7:5). Con fede aspettò il giorno in cui avrebbe ricevuto il suo posto sotto il perfetto dominio del Regno di Geova, “la città [...] progettata e costruita da Dio” stesso.
Per fede anche Sara Sara e Raab (v. 31) sono le uniche donne menzionate per nome in questa panoramica di servitori fedeli. (Confronta Eb 11:23, 29, 35.) Durante tutta la sua vita Sara dimostrò una grande fede; per esempio fu disposta a lasciare la prospera città di Ur e ad accompagnare Abraamo nei suoi spostamenti (Gen 11:31). Come lui, anche Sara aveva riso quando aveva sentito per la prima volta che avrebbe partorito un figlio alla sua età (Gen 17:17; 18:12), ma in questo versetto Paolo indica che la fede non le mancava. Tant’è vero che, come ricompensa da parte di Geova proprio per la sua fede, “ricevette il potere di concepire un discendente”.
discendente Lett. “seme”. (Vedi App. A2.)
riteneva fedele colui O “riteneva degno di fiducia colui”. Nella Bibbia Geova è spesso descritto come un Dio fedele o degno di fede (De 7:9; 32:4; Sl 146:5, 6; 1Co 1:9; 10:13). In greco, così come in italiano, il termine qui reso “fedele” è affine a quello per “fede” (Eb 11:1, 6), e ha il senso di “degno di fede”, “degno di fiducia”. (Vedi approfondimento a Eb 10:23.) Quindi Paolo qui mostra che avere fede in Dio implica che lo si consideri fedele e degno di assoluta fiducia. Sara sapeva che in passato Geova aveva mantenuto molte promesse che aveva fatto ai suoi servitori. (Confronta Gen 6:17-21; 8:15-19.) Sapeva anche che Geova era intervenuto per proteggerla quando un re pagano voleva prenderla in moglie (Gen 12:10-20; confronta Gen 20:1, 2, 10-16). Sara, come “le sante donne del passato che speravano in Dio”, era convinta che Geova avrebbe realizzato tutto quello che aveva promesso (1Pt 3:5, 6). E Geova ricompensò grandemente la sua fiducia (Gen 21:1, 2).
era come morto Vedi approfondimento a Ro 4:19.
numerosi come le stelle del cielo Questa espressione, così come l’espressione incalcolabili come i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare, è spesso usata nella Bibbia come iperbole per indicare grandi quantità (Gen 41:49; Gsè 11:4; Isa 48:19; Ger 15:8; Na 3:16). Geova utilizzò questa figura retorica quando promise ad Abraamo che lui e Sara, che da tempo “aveva passato l’età in cui si possono avere figli”, avrebbero generato tantissimi discendenti (Gen 17:15-17; 18:11; 22:17; Ro 4:19 e approfondimento). Abraamo e Sara ebbero fede in quella promessa. E come i cristiani ebrei sapevano, Geova aveva realizzato questo aspetto della promessa ai giorni di Mosè (De 1:10; confronta Ne 9:23).
Nella fede morirono tutti questi Con “tutti questi”, Paolo si riferisce a tutti coloro di cui parla nei vv. 4-12, dei quali dice che mantennero la fede fino alla morte. Sembra soffermarsi in particolare su Abraamo, Sara e i loro discendenti, menzionati nei vv. 8-12 e in quelli successivi.
le videro da lontano Durante la loro vita Abraamo e altri fedeli “dei tempi antichi” non videro il completo adempimento delle promesse di Dio (Eb 11:2). Con gli occhi della fede, però, volsero lo sguardo alla futura risurrezione sotto il Regno di Dio e al momento in cui “tutte le famiglie della terra” sarebbero state benedette per mezzo della discendenza promessa (Gen 3:15; 22:18; 28:14; vedi anche Gv 8:56 e approfondimento; Eb 11:1).
le salutarono O “le abbracciarono”. Alla lettera il verbo greco che compare qui si riferisce a quando si saluta qualcuno verbalmente oppure con dimostrazioni di affetto come un abbraccio (Mt 10:12; Lu 1:40; At 21:19; vedi anche Lu 10:4 e approfondimento). A proposito del significato metaforico che il verbo ha in questo versetto, un lessico spiega che vuol dire “esprimere felicità per l’arrivo di qualcosa” o, secondo un commentario, “attendere con trepidazione”. Come ha spiegato un biblista, l’espressione originale “qui significa salutare gioiosamente quelle promesse, o stringerle al cuore come facciamo con un amico”.
dichiararono pubblicamente di essere stranieri e forestieri nel paese in cui vivevano Forse Paolo ha in mente l’episodio in cui Abraamo chiese ai figli di Het nient’altro che una tomba per seppellire Sara in Canaan, specificando appunto di essere “uno straniero e un forestiero” in mezzo a loro (Gen 23:2-4). Dopo essere entrati nel paese di Canaan, Abraamo (Abramo) e tutti quelli con lui levavano costantemente le tende e si spostavano “da un posto all’altro” (Gen 12:9). Inoltre, quando arrivava in un posto nuovo, Abraamo si dichiarava apertamente adoratore di Geova e non di una divinità locale (Gen 12:8; 13:4, 18). In questo modo Abraamo e quelli con lui “dichiararono pubblicamente” di essere “forestieri nel paese in cui vivevano”.
nel paese in cui vivevano Qui ci si riferisce al paese di Canaan. Molte Bibbie traducono “sulla terra”, lasciando intendere che Abraamo e Sara vissero temporaneamente sulla terra in attesa di andare in cielo. Il termine greco che compare qui può significare sia “terra” nel senso di pianeta, come opposto al cielo, sia “paese” o “terra” nel senso di territorio. L’immediato contesto, però, fa propendere per la seconda resa. Paolo usa lo stesso termine greco nel v. 9, quando dice che Abraamo “visse nella terra [intesa come paese] della promessa”. È interessante che in questo caso molte Bibbie lo traducono “paese”. È anche interessante notare che nei vv. 8-16 Paolo non sta facendo un contrasto tra la vita di Abraamo come forestiero sulla terra e una vita futura in cielo. Abraamo non sapeva nulla di una speranza futura di quel tipo, alla quale non si accennò se non secoli dopo (Da 7:13, 14, 18; confronta approfondimenti a 2Co 5:17; Gal 6:15). Paolo fa piuttosto un contrasto tra due cose: la vita che Abraamo e quelli con lui lasciarono a Ur e la vita che scelsero di avere nel paese di Canaan. Lì i suoi discendenti avrebbero ricevuto una preziosa eredità: un’anticipazione del “luogo migliore” che attendevano in adempimento della promessa di Dio (Eb 11:16 e approfondimento; Gen 13:15; 15:7). Quindi il contesto indica chiaramente che qui nel v. 13 Paolo intende dire che Abraamo “risiedeva solo temporaneamente nel paese di Canaan”, come spiega un commentario.
avrebbero avuto la possibilità di tornarvi Ur, la città che Abraamo e Sara si lasciarono alle spalle, offriva molti comfort e un certo grado di sicurezza. Soprattutto quando una carestia colpì Canaan, saranno stati tentati di ritornare nella fertile regione di Ur, vicino alle abbondanti acque dell’Eufrate. Abraamo e Sara, però, non rimpiansero mai Ur, e non tornarono mai indietro (At 7:3, 4). Anzi, invece di tornare a Ur, Abraamo reagì a quella carestia portando la sua famiglia in Egitto (Gen 12:10). Meditare sul loro esempio avrebbe permesso ai cristiani ebrei di resistere a qualsiasi tentazione di tornare al sistema di cose giudaico, anche solo con il pensiero. (Vedi approfondimenti a Eb 6:18; 9:26; 13:14.)
aspirano a un luogo migliore Il “luogo migliore” menzionato qui è la città che Dio ha preparato per uomini e donne di fede. È la stessa città che Paolo ha menzionato nel v. 10, “progettata e costruita da Dio”. Paolo si riferisce a questo luogo migliore anche in Eb 12:22, dove lo definisce “città dell’Iddio vivente”, e in Eb 12:28, dove lo descrive come “un Regno che non può essere scosso”. In Da 2:44 il profeta Daniele fa riferimento a questo Regno come a qualcosa che “l’Iddio del cielo istituirà”. E, secondo il racconto dei Vangeli, Gesù lo chiamò “il Regno dei cieli” o “il Regno di Dio” (Mt 3:2 e approfondimento; Mr 1:15 e approfondimento). In questo Regno, Gesù e i suoi discepoli unti con lo spirito, ovvero la discendenza di Abraamo, “regneranno sulla terra” dal cielo (Ri 5:9, 10; Gal 3:16, 29). Abraamo e i suoi familiari attendevano con trepidazione il tempo in cui sarebbero stati riportati in vita sulla terra sotto quel governo. Benché sulla terra, un luogo come quello qui descritto poteva benissimo essere definito “uno che appartiene al cielo”. (Vedi approfondimento a Eb 11:13.)
uno che appartiene al cielo Molte traduzioni rendono questa espressione con “uno celeste”, lasciando intendere che Abraamo e i suoi familiari avessero la speranza di andare in cielo. Tuttavia nelle Scritture Ebraiche non c’è nulla che indichi che quei fedeli avessero una simile speranza. È vero che il termine greco usato qui viene spesso reso “celeste” o “del cielo”, ma non significa necessariamente “in cielo”; un lessico infatti spiega che una possibile resa è “relativo al cielo”, e prosegue: “Di frequente termini simili vengono tradotti ‘in cielo’ o ‘dal cielo’ o ‘appartenenti al cielo’”. Quanto detto in merito alle Scritture Ebraiche, quindi, fa propendere per la resa “uno che appartiene al cielo”, che in questo contesto sembra ben fondata.
Dio non si vergogna di loro, di essere chiamato loro Dio Geova guarda Abraamo, Sara, Isacco e Giacobbe con orgoglio paterno, e non si vergogna di loro. Aspirando a un luogo che si trova sotto il dominio, o Regno, di Dio, questi mostrarono una fede eccezionale. Geova era pertanto felice di essere il loro Dio e di ascoltarli quando si rivolgevano a lui in preghiera. Come fece notare Gesù, persino dopo che erano morti, Geova continuò a parlare di loro come se fossero ancora vivi. (Vedi approfondimenti a Lu 20:37, 38.)
non si vergogna Qui Paolo ricorre a un’espressione negativa per sottolineare, per contrasto, un concetto positivo. Usa la stessa espressione in Eb 2:11, dove viene detto che Gesù è orgoglioso di chiamare “fratelli” i cristiani unti benché imperfetti. (Vedi approfondimento a Eb 2:11.) Il fatto che venga più volte ricordato che Geova e Gesù sono orgogliosi dei loro fedeli servitori avrà sicuramente rafforzato i cristiani ebrei, i quali stavano subendo gli scherni degli oppositori che volevano invece che provassero vergogna. (Confronta approfondimenti a 2Tm 1:8; Eb 12:2.)
fu messo alla prova Paolo qui si sofferma sulla più grande prova di fede che Abraamo abbia mai dovuto affrontare: offrire suo figlio Isacco, come richiesto da Dio (Gen 22:1-14). Il verbo greco originale compare anche in altri punti, dove è reso “mettere alla prova”, come qui, o “essere tentati” (1Co 10:13; Gc 1:13 e approfondimenti). Comunque un lessico spiega che qui trasmette l’idea di “sforzarsi di scoprire la natura o le caratteristiche di qualcosa testandolo” (2Co 13:5 e approfondimento). Abraamo aveva già affrontato numerose prove e difficoltà, ed era rimasto fedele in ognuna di quelle situazioni (Gen 12:1, 14, 15; 14:14; 15:2, 3; 20:2; Eb 11:8, 9). Chiedendogli di offrire suo figlio, Geova diede ad Abraamo la possibilità di provare fino in fondo la profondità della sua fede (Gc 2:21-23).
praticamente offrì Nel versetto il verbo greco reso “offrire” compare due volte. In questa prima occorrenza, in greco il verbo è al perfetto (un tempo verbale che esprime un’azione compiuta) ed è reso “praticamente offrì”. Abraamo aveva una fede talmente grande che nel suo cuore era come se avesse già offerto Isacco. Era pienamente risoluto a fare quello che Geova gli aveva chiesto, perché aveva la fiducia che Lui avrebbe potuto riportare in vita suo figlio. (Vedi approfondimento a Eb 11:19.) Nella seconda occorrenza, in greco il verbo è all’imperfetto. Questo tempo verbale può descrivere un’azione che il soggetto tenta o ha intenzione di compiere ma che non viene portata a termine, come questa del versetto. Per tale motivo qui il verbo è stato appropriatamente reso tentò di offrire (Gen 22:9-14).
il suo unico figlio Il termine greco monogenès, solitamente reso “unigenito”, potrebbe descrivere qualcuno unico nel suo genere, solo, senza pari. (Confronta approfondimento a Gv 3:16.) Anche se Abraamo ebbe altri figli, come Ismaele da Agar e diversi altri da Chetura (Gen 16:15; 25:1, 2; 1Cr 1:28, 32), Isacco era l’“unico” sotto vari aspetti. Ad esempio, era l’unico che gli era stato specificamente promesso da Dio e che miracolosamente era stato concepito da Sara (Gen 17:16-19; 21:12). Inoltre, quando Abraamo “tentò di offrire” Isacco, questi era l’“unico figlio” che Abraamo aveva in casa (Gen 22:2). Ismaele e sua madre, Agar, erano già stati mandati via (Gen 21:14, 20, 21), e gli altri figli che Abraamo ebbe poi da Chetura non erano ancora nati. È anche interessante notare che lo scrittore ebreo Giuseppe Flavio, il quale era a conoscenza degli altri figli di Abraamo, definisce Isacco “unigenito”, ricorrendo allo stesso termine greco che compare in questo versetto (Antichità giudaiche, I, 222 [xiii, 1], a cura di L. Moraldi, UTET, Torino, 2006).
discendenza Lett. “seme”. (Vedi App. A2.)
lui concluse Dicendo “concluse”, Paolo spiega sotto ispirazione che Abraamo si soffermò a ragionare su quello che Geova gli aveva chiesto di fare. Geova gli aveva promesso che avrebbe avuto un figlio da sua moglie Sara (Gen 18:10, 14); per realizzare quella promessa, aveva miracolosamente permesso a Sara, sterile e in età avanzata, di partorire Isacco. Lo stesso Abraamo era quasi centenario all’epoca, ed era “come morto” per quanto riguarda le facoltà riproduttive (Ro 4:19; Eb 11:11, 12). Inoltre Geova gli aveva detto espressamente: “È tramite Isacco che verrà quella che sarà chiamata ‘tua discendenza’” (Gen 21:12). Abraamo prese attentamente in considerazione tutti questi fattori, dopodiché concluse che se avesse portato a termine quello che Geova gli stava chiedendo di fare e avesse sacrificato Isacco (il quale al momento non aveva ancora avuto figli) “Dio era anche capace di risuscitare Isacco” per adempiere quello che gli aveva promesso (Gen 13:16; 18:18). Le parole di Paolo in questo versetto così significativo mostrano che l’ubbidienza di Abraamo non era cieca; era piuttosto alimentata dalla fede, la quale a sua volta si basava sul fatto che Abraamo conosceva il suo Dio.
con un significato simbolico Lett. “in una parabola”. Alcune traduzioni bibliche rendono l’espressione greca originale con “in senso figurato” o “in un certo senso”, o ancora “come simbolo”. (Confronta Eb 9:9 e approfondimento.) Fu quando Isacco venne risparmiato sull’altare del sacrificio che Abraamo lo riebbe, in senso figurato, dai morti (Eb 11:17).
Per fede Isacco diede a Giacobbe ed Esaù benedizioni Isacco aveva forte fede nelle promesse che Geova aveva fatto ad Abraamo (Gen 12:2, 3; 17:4-6). Per questo motivo pronunciò con fiducia delle benedizioni profetiche sui suoi figli: Giacobbe ed Esaù (Gen 27:27-29, 38-40). Isacco non visse abbastanza a lungo da vedere la completa realizzazione di quelle promesse, ma con gli occhi delle fede era pienamente convinto che Geova le avrebbe mantenute, in armonia con il Suo proposito (Gen 28:1-4).
Per fede Giacobbe [...] benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe Paolo qui si riferisce all’episodio in cui Giuseppe portò i suoi due figli, Manasse ed Efraim, da Giacobbe per ricevere la sua benedizione (Gen 48:1, 2, 15, 16, 20). In quell’occasione, il patriarca Giacobbe diede prova della sua fede rivelando a Giuseppe il futuro che attendeva i propri discendenti: “Di certo Dio [...] vi farà tornare nel paese dei vostri antenati” (Gen 48:21). Giacobbe inoltre parlò della Terra Promessa in questi termini: “[Il] paese che sottrassi agli amorrei con la mia spada e il mio arco” (Gen 48:22). Nel racconto biblico però non viene detto da nessuna parte che Giacobbe abbia fatto ricorso alle armi per avere quella terra; quello che il racconto dice è che aveva acquistato un pezzo di terra dagli amorrei, ma lo aveva fatto in maniera pacifica (Gen 33:19, 20). Pertanto le sue parole erano profetiche; con gli occhi della fede stava parlando della futura conquista di Canaan a opera dei suoi discendenti come se fosse già avvenuta per mano sua, grazie alla sua spada e al suo arco.
adorò Dio appoggiandosi all’estremità del suo bastone Questa espressione si riferisce al gesto compiuto da Giacobbe e descritto in Gen 47:31. Lì si legge che, dopo che Giuseppe gli ebbe promesso che lo avrebbe seppellito nella Terra Promessa, “Israele [Giacobbe] si inchinò sul capezzale del suo letto”. In ebraico i termini per “letto” e “bastone” hanno esattamente le stesse consonanti, e senza i punti vocalici possono essere letti in entrambi i modi. Il testo masoretico di Gen 47:31 contiene i punti vocalici che corrispondono alla parola ebraica per “letto”. Ma qui Paolo sta citando questo passo dalla Settanta, i cui traduttori usarono il termine greco per “bastone”. Comunque, indipendentemente da quale termine sia quello giusto, il racconto di Genesi mostra che la fiducia di Giacobbe nelle promesse di Geova rimase incrollabile fino all’ultimo momento della sua vita.
Per fede Giuseppe [...] parlò dell’esodo Dal paese di Canaan, Giuseppe fu portato in Egitto quando aveva 17 anni, e lì rimase per il resto della sua vita (Gen 37:2, 28). Ma non dimenticò mai la promessa che Geova aveva fatto ai suoi antenati, incluso suo padre Giacobbe (Gen 48:21, 22). Quando stava per morire, Giuseppe era ancora convinto che Geova avrebbe condotto Israele fuori dall’Egitto e lo avrebbe introdotto nel paese di Canaan perché aveva promesso di dare quella terra ai discendenti di Abraamo, Isacco e Giacobbe (Gen 50:24, 25). Infatti, esprimendo la sua fede, Giuseppe confermò profeticamente che per gli israeliti ci sarebbe stato un “esodo” dall’Egitto e diede disposizioni circa le sue ossa affinché fossero portate in Canaan. Queste parole con cui espresse la sua fede non furono dimenticate: quando infine Israele lasciò l’Egitto, circa 150 anni dopo la morte di Giuseppe, “Mosè portò con sé le [sue] ossa”, che furono infine sepolte a Sichem (Eso 13:19; Gsè 24:32).
circa le sue ossa Il termine greco per “ossa” qui è usato in senso metaforico per riferirsi alla sepoltura di Giuseppe. (Lo stesso termine greco compare nella Settanta in Gen 50:25, Eso 13:19 e Gsè 24:32.) Essendo secondo solo al faraone in quanto ad autorità, Giuseppe verosimilmente avrebbe potuto lasciare disposizioni per essere sepolto in una grandiosa tomba egizia (Gen 41:40-43; 50:26). Ma da uomo di fede quale era, chiese semplicemente che “le sue ossa” venissero portate via dall’Egitto e seppellite nella Terra Promessa, proprio come era stato fatto per suo padre Giacobbe.
Per fede Mosè [...] fu nascosto per tre mesi dai suoi genitori Amram e Iochebed, i genitori di Mosè, mostrarono fede rifiutando di cedere alla “paura dell’ordine del re” d’Egitto, il quale aveva comandato che tutti i neonati maschi ebrei venissero uccisi (Eso 1:22; 6:20). Loro due, comunque, con coraggio tennero nascosto il figlio per tre mesi, rischiando di essere puniti severamente (Eso 2:1, 2). Paolo dice anche che, con gli occhi della fede, videro che il bambino era bello. Un commentario suggerisce che ai loro occhi la straordinaria bellezza del bambino era “un chiaro segno del fatto che godeva del favore e della protezione di Dio”. È interessante notare che in At 7:20 il piccolo Mosè viene anche descritto come “divinamente bello”. (Vedi approfondimento.)
Per fede Mosè [...] rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone Mosè rifuggì i privilegi che probabilmente la sua madre adottiva, che faceva parte della famiglia reale d’Egitto, gli aveva permesso di avere. Infatti, quando la figlia del faraone lo aveva adottato e lo aveva chiamato Mosè, lui era diventato legalmente suo figlio (Eso 2:5, 10). A quanto pare la donna si assicurò che ricevesse la miglior istruzione possibile (At 7:22). Da adulto sicuramente Mosè ebbe molte opportunità per accumulare ricchezze e prestigio. Eppure, all’età di 40 anni, dimostrò la sua fede prendendo la decisione di cui si parla in questo versetto. Riconoscendo il legame che lo univa ai suoi fratelli e alle sue sorelle ebrei, decise di aiutarli e di servire Geova (Eso 2:11-15; At 7:23).
invece di godersi i piaceri momentanei del peccato Le Scritture non rivelano nel dettaglio quale peccato Mosè abbia rigettato. Forse Paolo si riferisce alla vita in Egitto che Mosè scelse di non godersi. Quella nazione era impregnata di idolatria e spiritismo, il che avrebbe reso praticamente impossibile rimanere leale a Dio per chi si trovava in una posizione simile a quella di Mosè. Sentendosi forse sotto pressione, Mosè avrebbe potuto nascondere la sua identità quale servitore di Geova e ignorare le sofferenze del Suo popolo. Essendo stato adottato dalla famiglia reale e godendo di tanti privilegi, avrebbe potuto facilmente fare la scelta sbagliata. (Vedi approfondimento a Eb 11:24.) “I piaceri [...] del peccato” che Mosè avrebbe potuto godersi, però, a prescindere da quali potessero essere, sarebbero stati solo momentanei.
considerava il disonore del Cristo A quanto pare qui il titolo “Cristo” si riferisce a Mosè. (Vedi l’approfondimento del Cristo in questo versetto.) Mosè sapeva che assolvere lo speciale incarico che questo titolo implicava e identificarsi con il popolo scelto da Dio avrebbe comportato sfide e addirittura disonore (Eso 2:13, 14; 5:4, 5; 6:12; 10:28, 29). Può darsi che con l’espressione “il disonore del Cristo” Paolo intenda dire che Mosè avrebbe dovuto soffrire per portare a termine il suo incarico, come Gesù Cristo soffrì in seguito. (Confronta Eb 13:13.)
del Cristo Il termine greco Christòs significa alla lettera “Unto”. (Vedi approfondimento a Mt 1:1.) Nelle Scritture Greche Cristiane questo titolo è usato principalmente in riferimento a Gesù. Comunque nella Settanta traduceva l’equivalente ebraico per “unto” (mashìach). Questa parola veniva spesso usata in senso generale per descrivere qualcuno che riceveva un incarico speciale da portare a termine. Talvolta, a chi riceveva questo tipo di nomina veniva versato sulla testa dell’olio letterale (Le 8:12; 1Sa 10:1; 16:13), ma non sempre (1Re 19:15, 16; Isa 45:1; At 10:38; 2Co 1:21). A quanto pare in questo versetto il titolo si riferisce a Mosè. Geova non unse Mosè con olio, ma lo nominò quale suo profeta e rappresentante, colui che avrebbe guidato Israele fuori dall’Egitto. Era in tal senso che Mosè poteva essere definito il Cristo, o l’“unto”, di Geova (Eso 3:2-12, 15-17; De 18:15).
teneva [...] lo sguardo fisso sulla ricompensa Il verbo greco reso “teneva lo sguardo fisso” significa “distogliere gli occhi da” qualcosa o qualcuno, sottintendendo che li si concentri su un’altra cosa, un singolo oggetto. Mosè avrebbe potuto decidere di concentrarsi sulle ricchezze e sul prestigio di cui poteva godere in Egitto in quanto componente della famiglia reale; oppure avrebbe potuto soffermarsi sulle difficoltà che l’incarico speciale ricevuto da Geova poteva comportare. Si concentrò invece sul servire il Dio dei suoi antenati e sulle benedizioni promesse ad Abraamo e alla sua discendenza (Gen 28:4; Eb 11:6).
Per fede lasciò l’Egitto senza temere l’ira del re Mosè aveva lasciato l’Egitto una prima volta all’età di 40 anni per paura del faraone, che cercava di ucciderlo (Eso 2:11-15; At 7:23 e approfondimento). Qui, comunque, Paolo si riferisce a ciò che si verificò in concomitanza con l’esodo, avvenuto nel 1513 a.E.V., quando Mosè aveva 80 anni. Nel versetto successivo fa riferimento alla prima celebrazione della Pasqua, collegata con i messaggi di giudizio che Geova aveva trasmesso al faraone tramite Mosè. Nonostante le minacce del faraone, mostrando ubbidienza Mosè guidò gli israeliti fuori dall’Egitto “per fede [...] senza temere l’ira del re” (Eso 3:9, 10; 10:28, 29).
come se vedesse colui che è invisibile Mosè non vide mai letteralmente Dio (Eso 33:20). Geova, però, parlava con lui tramite rappresentanti angelici. Il modo in cui Mosè e Geova comunicavano era così intimo che era come se si parlassero “a tu per tu”; spesso avevano dei veri e propri dialoghi che denotavano una profonda conoscenza reciproca (Nu 12:6-8; De 34:10). Inoltre Mosè fu testimone della presenza e della potenza divine evidenti in tanti miracoli, tra cui quelle occasioni in cui Geova parlò a lungo con lui (Eso 3:2-5; 33:17-23). Quindi Dio, per quanto invisibile, per Mosè era molto più reale di tutti i falsi dèi d’Egitto, anche se quelli erano rappresentati da idoli visibili e tangibili. La forte fede sostenne Mosè durante tutta la sua vita così che “rimase saldo come se vedesse” Geova, l’Iddio che è invisibile. (Confronta Mt 5:8 e approfondimento.)
Per fede celebrò la Pasqua Mosè mostrò fede quando “convocò prontamente tutti gli anziani d’Israele” e diede loro istruzioni su come celebrare la prima Pasqua (Eso 12:21). Facendo questo lasciò al popolo di Geova un esempio di fedele ubbidienza e contribuì a istituire una celebrazione che additava il Messia. (Vedi Glossario, “Pasqua”; 1Co 5:7 e approfondimento.) Mosè trasmise agli israeliti le istruzioni di Dio: dovevano spruzzare sugli stipiti delle porte il sangue di un agnello che era stato scannato, in modo da preservare la vita dei primogeniti maschi del popolo di Dio (Eso 12:22, 23).
lo sterminatore Lo stesso termine greco che Paolo usa qui compare nella Settanta in Eso 12:23 e traduce un’espressione ebraica che potrebbe essere resa “la piaga della morte” o, più letteralmente, “la rovina”. Per eseguire il giudizio sugli egiziani Geova evidentemente usò degli angeli (Sl 78:49-51).
Per fede il popolo passò attraverso il Mar Rosso come sull’asciutto Gli israeliti e la “numerosa folla mista” che si unì a loro ubbidirono alle istruzioni di Geova riguardanti l’esodo (Eso 12:37, 38, 50). Seguirono la colonna di nuvola e di fuoco fino al Mar Rosso (Eso 13:21, 22; 14:2). Ma quando pensarono di essere intrappolati fra l’esercito del faraone e il mare, si fecero prendere dal panico (Eso 14:10-12). Mosè però li incoraggiò a confidare nella salvezza di Geova, e loro percepirono la Sua protezione tramite la nuvola che li separava dagli egiziani (Eso 14:13, 19, 20). Quando Geova divise le acque, seguirono le indicazioni di Mosè e riuscirono ad attraversare il letto del mare, dimostrando fede con la loro ubbidienza (Eso 14:21, 22).
il Mar Rosso Qui Paolo usa il nome greco comunemente accettato per indicare le acque del Mar Rosso, nome usato anche nella Settanta in riferimento alle stesse acque (Eso 15:4; De 11:4). Luca utilizza questo nome nel riportare il discorso di Stefano al Sinedrio (At 7:36). Dal momento che il nome usato nelle Scritture Ebraiche potrebbe significare “mare di giunchi” o “mare di canne”, alcuni studiosi moderni hanno affermato che questo sia la prova del fatto che Mosè condusse gli israeliti attraverso delle acque basse, piene di canne. Nelle Scritture Ebraiche, però, lo stesso nome compare in riferimento a zone geografiche collegate al Mar Rosso, come Elim, il monte Hor ed Ezion-Gheber, vicino a Edom (Eso 15:4, 22; 16:1; Nu 21:4; 33:10; 1Re 9:26). Questo dimostra che il termine ebraico si riferisce a quello che comunemente viene chiamato Mar Rosso, e non ad acque paludose e poco profonde, come quegli studiosi hanno ipotizzato. Per di più qui Paolo dice che gli egiziani furono inghiottiti, o totalmente sommersi, quando cercarono di inseguire gli israeliti attraversando il letto del mare. Questo non sarebbe potuto accadere se si fosse trattato di acque basse e paludose; deve piuttosto essere accaduto in un punto abbastanza profondo del Mar Rosso (Eso 14:26-28; vedi anche Sl 106:9-11; 136:13-15).
Per fede le mura di Gerico caddero Giosuè e gli israeliti sotto il suo comando mostrarono fede seguendo le istruzioni di Geova su come attaccare Gerico (Gsè 6:2-5). Da un punto di vista militare, la strategia bellica poteva sembrare assurda. Anche se per i primi sei giorni non ci furono risultati, con fede Giosuè e i suoi soldati ubbidientemente marciarono intorno alla città, seguiti dai sacerdoti che portavano l’Arca. Il settimo giorno, dopo aver marciato, i sacerdoti suonarono i corni e i soldati proruppero in un possente grido. Per ricompensare la loro fede, Geova compì un miracolo: “le mura crollarono” (Gsè 6:6-20).
Per fede Raab Questa donna sviluppò una fede autentica anche se era cresciuta tra persone disubbidienti. Infatti i cananei, inclusi gli abitanti di Gerico, erano intrisi di idolatria, sfacciata immoralità e violenza, tanto che Dio li giudicò meritevoli di distruzione totale (Le 18:3, 24, 25). Inoltre Paolo la chiama prostituta (Gsè 2:1); non lo fa per disprezzarla ma per sottolineare che “la vita che conduceva in precedenza rende ancora più ammirevoli il suo pentimento, la sua fede e il fatto che sia stata salvata”, come dice un commentario. Nonostante il lavoro immorale che faceva, quando Raab era venuta a sapere del modo in cui Geova aveva benedetto e protetto il Suo popolo, si sentì attratta da Lui (Gsè 2:8-11). Poi tradusse la sua fede in opere schierandosi con il popolo di Geova (Gc 2:24, 25). Di conseguenza, questo salvò lei e “tutta la sua famiglia” (Gsè 6:23). Dopodiché si lasciò le rovine di Gerico e la sua vecchia vita alle spalle (Gsè 6:24, 25). Successivamente Raab addirittura sposò un israelita, Salmon, e diventò un’antenata del Messia (Mt 1:5; confronta approfondimento a Mt 1:3).
Grazie alla fede Dopo aver menzionato in maniera specifica alcuni fedeli servitori vissuti prima della conquista di Canaan, ora Paolo fa una rassegna generale di quella che definisce una “moltitudine di testimoni” e dei modi in cui questi mostrarono fede nel corso dei secoli (Eb 12:1 e approfondimenti).
sconfissero regni In questa categoria si possono annoverare molti esempi. Il giudice Gedeone con soli 300 uomini sconfisse un esercito formato da 135.000 madianiti (Gdc 7:15-22; 8:10). Un altro esempio è il giudice Barac; fu grazie a lui, insieme alla profetessa Debora, che “Dio sottomise Iabin, re di Canaan”, e il capo del suo esercito, Sisera, nonostante questi potessero contare su “900 carri da guerra muniti di falci di ferro” (Gdc 4:3, 10, 12-16, 23). Il giudice Sansone invece non aveva un esercito, combatteva da solo, eppure affrontò con successo i filistei (Gdc 14:4; 15:8, 14-16, 20; 16:28-30). Il giudice Iefte sconfisse gli ammoniti, che avevano oppresso Israele per 18 anni (Gdc 10:8; 11:4-6, 11, 29, 32, 33). E il re Davide assoggettò i filistei, i moabiti, i siri, gli edomiti e altri (2Sa 8:1-14).
stabilirono la giustizia Questa espressione ben descrive quei fedeli uomini alla guida di Israele che ripristinarono la pura adorazione e aiutarono il popolo a seguire le giuste norme divine (Gdc 2:11-18; 2Sa 8:15; 1Re 10:9; 2Cr 29:4; Ne 10:28, 29). Il profeta Samuele per esempio contribuì a ristabilire ciò che era giusto agli occhi di Dio (1Sa 12:2-5). Non si trattenne dall’impartire energici consigli quando necessario, non risparmiando nemmeno il re (1Sa 12:20-25; 15:16-29).
ottennero promesse Oltre ad Abraamo, Giosuè e altri, il re Davide fu uno di quelli che “ottennero promesse” (Gen 21:1, 2; Gsè 1:3; 21:45; Gdc 6:36; 7:7; 13:5). Geova fece con lui un patto per un regno, promettendogli: “Il tuo trono sarà saldamente stabilito per sempre” (2Sa 7:11-16).
chiusero la bocca dei leoni Sia il giudice Sansone sia Davide da ragazzo uccisero un leone (Gdc 14:5, 6; 1Sa 17:34-36). E quando Daniele fu gettato nella fossa dei leoni per aver mantenuto l’integrità, Geova lo salvò (Da 6:16, 22, 23; vedi anche 2Sa 23:20).
spensero la violenza del fuoco I tre compagni ebrei di Daniele — Sadrac, Mesac e Abednego — furono gettati in una fornace ardente per essersi rifiutati di adorare la statua eretta dal re di Babilonia, Nabucodonosor. Geova ricompensò la loro fede e la loro integrità mandando il suo angelo a liberarli (Da 1:7; 3:8-30).
sfuggirono al taglio della spada Tra questi fedeli ci fu Davide, che sfuggì alla spada del re Saul e dei suoi uomini (1Sa 19:9-17). Anche i profeti Elia ed Eliseo riuscirono a evitare di essere uccisi con la spada (1Re 19:1-3, 10; 2Re 6:11-19; vedi anche Ger 26:7-11, 24).
da deboli furono resi forti Gedeone, che all’inizio pensava di essere troppo debole per riuscire a liberare Israele dai madianiti, fu rafforzato da Geova (Gdc 6:14-16, 36-40; 7:2-7, 9-15, 22). Sansone, che aveva perso temporaneamente la forza quando gli erano stati tagliati i capelli, fu poi reso forte da Geova; così si poté vendicare dei filistei, che uccise a migliaia facendo crollare su di loro il tempio del loro dio Dagon (Gdc 16:19-30). Il re Ezechia ‘da debole fu reso forte’ sia dal punto di vista fisico che militare (Isa 37:1–38:22; vedi anche Gdc 4:17-24; 5:24-27; 14:6; 16:3; 1Sa 17:32-37, 45-51; 1Re 18:46).
diventarono valorosi in guerra Tra coloro che Geova rese valorosi in guerra ci furono Iefte e Davide (Gdc 11:32, 33; 2Sa 22:1, 2, 30-38; vedi anche 1Sa 14:1-14).
misero in fuga eserciti invasori Con l’aiuto di Geova, Barac mise in fuga l’esercito guidato da Sisera (Gdc 4:14-16).
Ci furono donne che riebbero i loro morti per risurrezione Le Scritture Ebraiche parlano di due donne dalla grande fede che furono benedette in questo modo. La prima era la vedova di Sarepta, città fenicia a nord di Israele (Lu 4:25, 26). Geova diede al profeta Elia il potere di riportare in vita il figlio della donna; si tratta del primo miracolo di questo genere riportato nella Bibbia (1Re 17:17-24). La seconda era una donna sterile di Sunem. Eliseo, il profeta di Geova, le disse che avrebbe avuto un figlio. Quando qualche tempo dopo il bambino improvvisamente morì, Geova si servì di Eliseo per risuscitarlo (2Re 4:8-20, 32-37).
rifiutarono la liberazione offerta loro O “rifiutarono la liberazione mediante qualche riscatto”. A quanto pare accettare una liberazione di questo tipo avrebbe significato scendere a compromessi così da evitare la tortura o perfino la morte. Un commentario spiega che si tratta della “libertà offerta al prezzo dell’abiura della [propria] fede”. Paolo non cita il nome di questi altri, ma la Bibbia parla di alcuni che non scesero a compromessi e che addirittura morirono per ubbidire a Geova (1Re 19:10; 21:3, 15; 2Cr 24:20, 21; Ne 9:26). Tra coloro che non scesero a compromessi si possono annoverare Sadrac, Mesac e Abednego. Infatti, se loro avessero ubbidito al comando di Nabucodonosor di inginocchiarsi davanti alla statua che aveva eretto, avrebbero potuto evitare quella che sembrava essere una morte certa in una fornace ardente (Da 3:1-30). Un altro esempio è quello di Daniele, che non smise di pregare Geova alla vista di tutti, pur sapendo che questo poteva costargli la vita (Da 6:7, 10). E sicuramente ci furono molti altri come loro, sia uomini che donne.
una risurrezione migliore A quanto pare questa espressione fa riferimento a una risurrezione migliore rispetto a quelle appena menzionate. Per quanto quei miracoli fossero stati straordinari, le persone risuscitate morirono di nuovo. I fedeli servitori di Geova dell’antichità speravano in una risurrezione di gran lunga migliore: una risurrezione che avrebbe offerto la possibilità di vivere per sempre (Gb 14:13-15; Isa 25:8; 26:19; Da 12:2).
Per altri ancora la prova consisté in derisioni Molti profeti e altri servitori di Dio, tra cui Eliseo e Geremia, affrontarono scherni, derisioni e prese in giro da parte dei loro stessi connazionali ribelli (2Re 2:23, 24; Ger 20:7, 8; vedi anche 2Cr 36:15, 16).
frustate, [...] catene e prigionia Profeti come Hanani (2Cr 16:7, 10), Micaia (1Re 22:24, 26, 27) e Geremia (Ger 20:1, 2; 32:2; 37:15, 16) furono brutalmente picchiati o messi in prigione.
Furono lapidati Un uomo di fede che venne lapidato fu Zaccaria, figlio del sommo sacerdote Ieoiada. Lo spirito santo aveva spinto Zaccaria a condannare coloro che nelle due tribù del regno di Giuda avevano abbandonato Geova e avevano iniziato a servire idoli. Per questa sua coraggiosa denuncia profetica, fu lapidato nel cortile della casa di Geova su ordine del re Ioas (2Cr 24:17-22; Mt 23:33-35).
furono messi alla prova Uno di coloro che furono duramente provati fu il profeta Micaia, il quale profetizzò che Acab, re d’Israele, sarebbe stato sconfitto nella sua battaglia contro la Siria. Questo fece arrabbiare il re, che ordinò di mettere Micaia in prigione con una razione ridotta di pane e acqua (1Re 22:24-28).
furono segati in due O “furono fatti a pezzi”. Secondo un’antica tradizione, il malvagio re Manasse fece mettere a morte il profeta Isaia in questo modo cruento. (Confronta 2Re 21:16.) Le Scritture, comunque, non dicono nulla riguardo al modo in cui Isaia morì.
furono assassinati con la spada Ai giorni del malvagio re Acab, Elia disse che alcuni profeti di Geova erano stati “[uccisi] con la spada” (1Re 19:9, 10).
andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra Elia ed Eliseo furono tra quei servitori di Dio perseguitati che durante il loro ministero profetico indossarono “una veste di pelo” (2Re 1:8; 2:13; 1Re 19:19). Si trattava di un abito semplice e grezzo, indice di povertà e di sacrificio. (Confronta Galleria multimediale, “Abbigliamento e aspetto di Giovanni il Battezzatore”.)
Il mondo non era degno di loro In questo contesto il termine “mondo” (in greco kòsmos) si riferisce alla società umana ingiusta e lontana da Dio. (Vedi Glossario, “mondo”.) Le persone di questo mondo non vedono i veri servitori di Geova nello stesso modo in cui li vede lui; il mondo non merita questi straordinari uomini e donne di fede. Un commentario pone la cosa in questi termini: “Quelle persone erano troppo virtuose per questo mondo”. Il proposito di Geova è quello di dare ai suoi servitori un posto in un mondo di gran lunga migliore (2Pt 3:13; confronta Eb 11:16 e approfondimento).
Vagarono Fedeli servitori come Davide e i profeti Elia ed Eliseo “vagarono nei deserti, sui monti e per le caverne” per sfuggire alla persecuzione (1Sa 22:1, 2; 23:29–24:3; 1Re 19:3, 4, 9; 2Re 1:9; 2:13, 25; 6:13, 30, 31). Inoltre “100 profeti di Geova” vennero nascosti in caverne da Abdia, il responsabile del palazzo del re Acab, mentre la malvagia regina Izebel “sterminava i profeti di Geova” (1Re 18:3, 4, 13).
nonostante avessero avuto conferma dell’approvazione di Dio Lett. “avendo ricevuto testimonianza”. Qui Paolo ripete un’espressione che ha usato all’inizio di questo elenco di fedeli servitori. Quando dice tutti questi, fa riferimento agli uomini e alle donne menzionati nel capitolo. Geova rese loro testimonianza manifestando il suo favore e la sua approvazione mentre erano ancora in vita e preservando la loro storia di fede nella sua Parola ispirata (Eb 11:2 e approfondimento, 4, 5).
non ricevettero ciò che era stato loro promesso Geova aveva promesso ad Abraamo che tramite la sua discendenza “tutte le nazioni della terra” sarebbero state benedette (Gen 22:17, 18). Gli straordinari uomini e donne di fede citati in questo capitolo non videro il completo adempimento di quella grandiosa promessa (Eb 11:13 e approfondimenti; confronta Ro 4:17-21). Videro però l’adempimento di alcune promesse di Geova. (Confronta Eb 6:15 e approfondimento.) Erano inoltre certi che sarebbero tornati in vita quando Dio avrebbe realizzato completamente le sue promesse istituendo il suo governo su tutta la terra (Mt 6:9, 10; Eb 11:10 e approfondimento, 35 e approfondimento).
ciò che era stato loro promesso Questa è l’ultima volta che Paolo, scrivendo agli Ebrei, usa l’espressione greca qui resa “ciò che era stato promesso”, chiudendo così uno degli argomenti principali di questa lettera. (Vedi approfondimento a Eb 4:1.)
Dio aveva previsto per noi qualcosa di migliore Dicendo “per noi”, Paolo si riferisce a sé stesso e agli altri cristiani “partecipi della chiamata celeste” (Eb 3:1). Mentre i testimoni dell’era precristiana, come quelli di cui si parla in questo capitolo, aspettavano una ricompensa futura, Dio aveva previsto “qualcosa di migliore” per i cristiani unti con lo spirito. In quanto parte della “discendenza di Abraamo” menzionata in Gal 3:29, questi avrebbero preso parte attiva nell’elargire benedizioni a tutte le famiglie della terra (Gen 22:18). La risurrezione degli unti avrebbe garantito loro privilegi come regnare con Cristo in cielo, ricevere l’immortalità e perfino vedere Geova stesso (1Co 15:53 e approfondimento; Eb 12:1, 2; 1Gv 3:2; Ri 20:6).
affinché essi non fossero resi perfetti senza di noi Gli uomini e le donne fedeli dei tempi precristiani sarebbero stati “resi perfetti” dopo la loro risurrezione sulla terra. Ma la risurrezione di Paolo e degli altri cristiani unti sarebbe avvenuta prima, durante la presenza di Cristo. (Vedi approfondimenti a 1Co 15:23; Flp 3:11.) In qualità di coregnanti di Gesù in cielo, i cristiani unti avrebbero aiutato i sudditi terreni del Regno a raggiungere la perfezione. Quindi gli uomini e le donne fedeli di cui Paolo parla in questo capitolo non avrebbero potuto essere “resi perfetti senza” i cristiani unti.